Crisis, dal greco krísis - separazione, giudizio, scelta. Non è un caso che la stessa radice indichi tanto il momento patologico quanto quello decisionale: la crisi non è la malattia, è il bivio che la malattia impone. Eppure nel linguaggio comune delle coppie la crisi viene trattata come il raffreddore - un'entità esterna, opportunista, che si abbatte su un organismo altrimenti sano. Di fatto è quasi sempre il contrario.
Molte coppie in crisi dichiarano, quasi a propria discolpa, di amarsi ancora moltissimo - di non aver mai pensato a lasciarsi. È dichiarazione sincera, quasi sempre. Gli anni condivisi, i progetti fatti insieme, le aspettative reciprocamente coltivate sono, del resto, direttamente proporzionali al tempo percorso a due: più si è vissuto insieme, più pesa l'investimento da difendere. Ma l'amore residuo non estingue la crisi - semmai ne complica la lettura, perché costringe a cercare la causa altrove, fuori dal legame, quando il legame è già la causa.
Qui va fatta una prima operazione di sgombero. Le crisi di coppia non sono corpi estranei che aggrediscono un'unità sana dall'esterno. Sono, nella maggioranza dei casi, il prodotto di un'alchimia fallita - di un incastro impossibile in cui uno dei due partner non trova, nell'altro, una risposta che sia per lui o per lei significativa. Non si tratta quindi di cosa accade alla coppia, ma di cosa la coppia è, strutturalmente, sin dal principio.
Di fronte a questo nodo, si aprono alcune vie - non equivalenti, come si vedrà.
Il dialogo di sintesi. Dopo la tensione, talvolta dopo l'acting out - lo scatto, la scenata, l'atto che sostituisce la parola perché la parola è mancata - la coppia si ritrova a dire: da domani cambiamo. È il patto delle buone intenzioni. Ha la struttura del proposito, non della trasformazione: nomina il sintomo, non ne tocca la radice.
Lo spostamento. Il partner in crisi cerca altrove - un interesse, un hobby, talvolta un'altra relazione. È distrazione più che soluzione: la crisi non viene affrontata, viene semplicemente spostata di scenario. Il sollievo è reale, ma è il sollievo di chi cambia stanza in una casa che continua a bruciare.
La terapia-oracolo. Ci si rivolge al terapeuta nella speranza - spesso inconfessata - che dica precisamente cosa fare, o che almeno arbitri a favore della parte più richiedente. È una domanda di padre, nel senso lacaniano del termine: si cerca un Grande Altro che sciolga il dubbio al posto proprio. Ma il terapeuta che risponde a questa domanda con una risposta - anziché con un lavoro - non cura: soltanto sposta l'autorità genitoriale dal partner al professionista.
Le nuove forme di partnership. La coppia aperta, gli accordi non convenzionali. Soluzioni che si muovono ai margini della cornice giuridica e simbolica del matrimonio - e che per questo, in alcuni contesti, sono anche ai limiti della legalità formale, oltre che di quella simbolica.
A scanso di equivoci, un chiarimento è dovuto. Non si intende qui gettare ombra sulla coppia aperta in sé - che può ben sussistere, e legittimamente, quando l'orizzonte etico e comportamentale di entrambi i partner coincide: sia a priori, cioè già nella genesi del legame, sia a posteriori, come approdo - esistenziale prima ancora che relazionale - di un cammino condiviso. In questi casi la forma aperta non è cedimento, ma configurazione originaria o conquistata del patto.
Ciò di cui si discute in questa sede è altro. Le nuove forme di partnership, qui, non vengono considerate come dato - come assetto scelto in quanto tale - bensì come sintomo di un'urgenza: la scelta, spesso disperata, di smuovere comunque qualcosa, pur di non restare fermi nell'impasse. È la differenza, non da poco, fra l'apertura come statuto della coppia e l'apertura come ultima mossa contro lo stallo.
Ora, queste vie non si equivalgono. Alcune - la coppia aperta, certi accordi impliciti - vivono ai confini della legalità o della norma condivisa. Altre - la terapia-oracolo, il terapeuta-guru che dispensa la ricetta - generano aspettative irrealistiche, la fantasia di una soluzione consegnata dall'esterno, senza attraversamento del dolore che l'ha resa necessaria.
L'unica via realmente risolutiva è, non a caso, la più ardua: ricostruire la storia della coppia e le motivazioni che la tengono insieme, verificare se in uno dei due partner non risieda una sofferenza - anche lieve, anche non conclamata - di natura psicopatologica, che ricade sull'altro come eco emotiva, come sintomo per procura. Sanare questo dolore richiede un doppio movimento: un percorso di coppia, per comprendere come i rimbalzi psicopatologici dell'uno muovano - e talvolta deformino - i comportamenti dell'altro; e, spesso, un percorso individuale parallelo, dove il sintomo torni a essere proprio, e non più merce di scambio relazionale.
Resta, a questo punto, una domanda che nessuna delle quattro vie, né la quinta, più difficile, riesce del tutto a sciogliere: se la coppia è, come si è detto, un incastro - un'alchimia tra due mancanze che si cercano - allora guarire l'incastro significa forse smontarlo. E ciò che resta, dopo lo smontaggio, è ancora coppia?
È qui che si misura la posta in gioco di ogni terapia: se essa risponda alla domanda esplicita - il sintomo portato, la lamentela - rischiando di zittire il soggetto che quel sintomo custodiva; o se sappia invece attraversarla, fino a farne emergere la verità più scomoda, quella che davvero chiede di essere trasformata.
Ed è proprio in questo attraversamento che si apre, paradossalmente, la possibilità più autentica di speranza. Non la speranza ingenua di chi cerca una ricetta, né quella illusoria di chi si limita a spostare il problema altrove - ma la speranza, più sobria e più solida, di chi accetta di attraversare l'incastro invece di eluderlo. Smontare non è sempre perdere: talvolta è la condizione stessa perché due soggetti, e non due sintomi l'uno dell'altro, possano infine incontrarsi - magari come coppia rinnovata, magari come persone capaci, finalmente, di stare anche da sole. In entrambi i casi, non più prigioniere dell'incastro che le aveva tenute insieme.
Dr. Davide Dellai
P.I. 04157450240
Ordine degli Psicologi del Veneto n. 10528
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