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PTSD: quando il trauma cerca una voce

Ci sono parole che nascono nei manuali e finiscono per abitare le vite. PTSD è una di queste. Per molto tempo è rimasta confinata alla clinica dei reduci di guerra; oggi circola ovunque, come se potesse nominare ogni forma di dolore che non trova pace. In questo passaggio ha guadagnato visibilità, ma ha rischiato di perdere profondità. Perché il trauma non è mai solo ciò che è accaduto: è ciò che non ha potuto essere detto, ciò che è rimasto senza testimone.

Le persone che convivono con un PTSD spesso non parlano tanto dell’evento, quanto di una frattura più sottile: qualcosa si è incrinato nel rapporto con il tempo. Il passato non si lascia alle spalle, non diventa ricordo, ma ritorna come presenza. Non bussa: irrompe. Nei sogni, nel corpo, negli scarti improvvisi dell’umore. È un tempo che non passa perché non è mai stato davvero vissuto fino in fondo.

Dal punto di vista psicodinamico, il trauma non coincide con l’intensità dell’evento, ma con la sua impossibilità di essere trasformato in esperienza. Ci sono persone che attraversano catastrofi e riescono, lentamente, a integrarle. Altre che restano ferite da accadimenti apparentemente minori. Non per fragilità, ma per solitudine. Perché il trauma, prima di tutto, è un’esperienza vissuta senza un Altro capace di accogliere, contenere, dare senso.

Il PTSD è allora una memoria che non diventa racconto. È una storia rimasta allo stato grezzo, non digerita, non simbolizzata. Per questo ritorna sotto forma di immagini spezzate, sensazioni corporee, allarmi improvvisi. Il corpo ricorda ciò che la parola non ha potuto dire. E la persona si ritrova a vivere come se fosse sempre sull’orlo di qualcosa, in uno stato di allerta che consuma lentamente il desiderio.

C’è un equivoco diffuso, oggi, intorno alla cura del trauma: l’idea che basti “spegnere” il sintomo. Ridurre l’ansia, regolare il sonno, abbassare l’iperattivazione. Tutto necessario, certo. Ma il PTSD non è solo un problema di paura. È spesso una ferita al senso di continuità della propria vita, una perdita di fiducia nel mondo, negli altri, talvolta in se stessi. È la sensazione che qualcosa di essenziale sia andato perduto per sempre.

Molte persone portano con sé, insieme ai sintomi, una domanda muta e radicale: perché proprio a me? Non è una domanda statistica, né razionale. È una domanda di senso. Una domanda che riguarda il valore della propria vita, la sua direzione, la sua giustizia segreta. Nessun protocollo può rispondere a questo interrogativo. Ma una relazione sì: una relazione capace di sostare accanto a ciò che non ha risposta.

Quando il trauma non è un evento isolato ma un clima prolungato – relazioni imprevedibili, ambienti emotivamente poveri, assenze ripetute – il problema non è solo ricordare, ma imparare a sentire senza crollare. In questi casi, parlare semplicemente di PTSD rischia di essere riduttivo. La ferita non riguarda un “prima” e un “dopo”, ma il modo stesso di stare al mondo, di fidarsi, di desiderare.

Il lavoro analitico non chiede alle persone di ricordare di più, ma di ricordare in modo diverso. Di trasformare ciò che è rimasto corpo estraneo in parte della propria storia. Non per cancellarlo, ma per renderlo abitabile. Dare parole dove c’erano solo sensazioni. Costruire un racconto che non neghi il dolore, ma gli permetta di trovare un posto, senza occupare tutto lo spazio.

C’è poi un aspetto spesso taciuto: il PTSD è attraversato dalla vergogna. Vergogna per non aver reagito, per essersi bloccati, per essere sopravvissuti. Molte persone giudicano se stesse per risposte che sono state, in realtà, risposte umane a situazioni disumane. Restituire dignità a queste reazioni è una parte essenziale della cura. Non si tratta di “rinforzare l’Io”, ma di sottrarre l’esperienza traumatica al tribunale interno che continua a condannare.

Forse il successo culturale del PTSD dice qualcosa anche del nostro tempo. In un’epoca che fatica a pensare il conflitto e la mancanza, il trauma diventa una spiegazione totale. Ma il rischio è che diventi anche un’identità, una definizione che immobilizza. Il trauma va riconosciuto, non venerato. Attraversato, non assunto come destino.

Il PTSD, in fondo, è una soglia. Segna il punto in cui la vita si è spezzata e chiede di essere ricucita, non riparata come prima. Il lavoro psicodinamico non promette un ritorno all’origine – illusione consolatoria – ma l’apertura di un dopo possibile. Un tempo nuovo, in cui ciò che è accaduto possa finalmente diventare parte della storia, e non più la sua unica voce.

Bibliografia essenziale

  • American Psychiatric Association, DSM-5-TR, APA
  • Joel Paris, I miti del trauma, Raffaello Cortina
  • D. LaCapra, Scrivere la storia, scrivere il trauma, Raffaello Cortina
  • S. Ferenczi, Confusione delle lingue tra adulti e bambini
  • W.R. Bion, Apprendere dall’esperienza, Armando

Dr. Davide Dellai
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Ordine degli Psicologi del Veneto n. 10528

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